Paolo Borsellino e via D’Amelio

L'archivio inedito, di redazione, 19 Luglio 2019

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Paolo Borsellino con Giuseppe Ayale e padre Ennio Pintacuda, anni Ottanta
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Il 19 luglio del 1992 è una bella domenica di sole. Paolo Borsellino dopo essere stato nella sua villetta al mare si reca a trovare la madre in via D'Amelia. Il tempo di parcheggiare e l'esplosione violentissima di una bomba mette fine alla sua vita e a quella dei cinque uomini della sua scorta.
Non erano passati nemmeno due mesi dalla strage di Capaci dove erano stati uccisi Giovanni Falcone, la moglie e la scorta.
Con queste parole Paolo Borsellino ricordava il suo amico: "La sua vita è stata un atto d’amore verso questa città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene... Sono morti tutti per noi, per gli ingiusti, abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo, continuando la loro opera... dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo".
Totò Riina e la mafia allora vincente dei Corleonesi non glielo permisero.
Gli scatti della galleria, ancora parzialmente inediti, fanno parte di un fondo, il Mastephoto, di recente acquisizione da parte dell'Archivio Luce.
Attentati Mafia Paolo Borsellino
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