Ermanno Olmi si racconta

Il 24 luglio del 1931 nasceva il regista bergamasco. In questa lunga intervista parla dei suoi esordi come documentarista, di alcuni suoi film più famosi e del suo modo di intendere e fare cinema

Io penso di aver avuto la prima folgorazione per il teatro molto piccolo, andando a uno spettacolo all’oratorio del quartiere e per la prima volta ho visto il sipario e dare inizio a questa magia che era lo spettacolo. L’idea di far parte di questa magia mi ha sempre stuzzicato e naturalmente un po’ fantasticavo, un po’ lo raccontava in famiglia, naturalmente con una reazione molto decisa da parte di genitori e parenti. Tanto è vero che mia nonna mi disse; ma tu non vorrai mica andare a vivere tutta la vita nelle carovane? E anche perché aveva un’idea del circo equestre comunque del del del teatro vagante. Certo che quando mi trovai alla Edison a fare l’impiegato il confronto era continuo tra la vita dell’impiegato e la vita in questo mondo magico dello spettacolo. Quindi volevo fare l’attore“.

Inizia con queste parole questa lunga chiacchierata di Ermanno Olmi nella trasmissione Il Club, insieme a Tullio Kezich, Sergio Toffetti, Joe Denti e Alessandra Levantesi andata in onda nei primi anni del nuovo secolo.

Dopo la passione il teatro Olmi si sofferma sui circa quaranta documentari che girò per la Edison, che rappresentarono una vera rivoluzione nell’ambito del cinema industriale ed ebbero un enorme successo. Alcuni di questi lavori avevano i testi di Goffredo Parise, Mario Rigoni SternPier Paolo Pasolini.

Olmi dice all’inizio e ci torna anche in seguito, che la sua non è una formazione classica, non ha frequentato alcuna scuola di cinema. Quando si recava sui posti per girare spesso era aiutato solo da un canovaccio ma quasi mai da un copione fisso.

Parla poi di alcuni suoi film da Il posto, del 1961 a I fidanzati di due anni dopo, da I recuperanti a La leggenda del santo bevitore.

Racconta un particolare interessante relativo a L’albero degli zoccoli del 1978, che gli valse la Palma d’oro a Cannes, il David di Donatello e il Nastro d’argento: “Doveva essere, pensa, il mio primo film, prima ancora de Il tempo si è fermato. Io scrissi una prima stesura di questo copione, di questo canovaccio, perché non ho mai scritto copioni ma canovacci raccontoni, nel ’54 – ’55 perché capivo, intuivo, non capivo subodoravo in quel momento della mia ancor giovane età, come si sarebbero delimitate in maniera netta due culture precise, la cultura rurale e la cultura metropolitana. Non ho detto la cultura operaia ma la cultura metropolitana. E la cultura rurale sarebbe stata, come dire, se non cancellata, quanto meno mortificata dalla cultura metropolitana“.

L’ultimo film su cui si sofferma il regista bergamasco è Il mestiere delle armi, ribadendo ancora una volta che anche in questo caso l’idea nasce un po’ dal caso e soprattutto dalla fascinazione che aveva esercitato su di lui Giovanni delle Bande Nere.