Trent’anni senza Massimo

Archivio Storico Luce Timeline, di redazione, 3 Giugno 2024

È difficile parlare di una persona morta ad appena 41 anni, il giorno dopo aver dato l’ultimo ciak a quello che possiamo considerare il suo film testamento. Come in una brutta sceneggiatura Massimo Troisi la sera del 3 giugno 1994 saluta tutta la troupe de Il Postino e il giorno dopo muore, ucciso da quei problemi cardiaci che lo avevano accompagnato per tutta la vita.

Così ne scrisse Gianni Minà il 5 giugno su L'Unità: "Massimo Troisi era un essere umano leggero, lieve, forse stonato in un’epoca e in una società dello spettacolo dove imporre la propria presenza, essere arroganti, è il comportamento di moda. Massimo sapeva stare al mondo rendendo gradevole la vita dei suoi amici della gente che gli era cara senza sfiorare mai gli altri con le sue angustie".

Lo ricordiamo allora con le parole che lui stesso rilasciò a Mario Canale, in occasione dell’uscita de Le vie del Signore sono finite.

Preparando la mostra Troisi poeta Massimo abbiamo pensato di sentire alcune delle persone che di Trosi sono stati amici e collaboratori. Ne sono usciti una serie di ritratti unici, che ci raccontano di un uomo straordinario con i suoi pregi e i suoi difetti. I famigliari anzitutto. La sorella Annamaria che dice: "La prima cosa che mi sento di affermare è che Massimo, sin da piccolo, ha mostrato la sua genialità attraverso poesie, scritti anche scolastici. Il contesto in cui ha vissuto non l’ha formato, ma solo arricchito".

E poi il nipote Stefano Veneruso, che fu con lui sul set de Il postino e che racconta gli ultimi momenti di quel lavoro: "Ricordo un episodio proprio qui a Cinecittà l’ultimo giorno di riprese in cui Massimo uscendo dal camper per il brindisi finale con la troupe, alzando il bicchiere disse “Nun ve scurdat’ ‘e me!”. Entrammo in macchina e lui volle fare un giro negli studi … Non era da lui … di solito finiva e voleva andare a casa, anche quando stava bene. Quindi a distanza di tempo ho pensato che avesse avuto veramente la forza e la consapevolezza di tutto".

Mario Canale intervista Massimo Troisi
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Tra i "suoi" attori ci sono quelli che ancora si commuovono ripensando a Troisi. Carlo Verdone racconta di Venezia 1994, pochi mesi dopo la scomparsa dell'attore: "L’estate a seguire mi vollero come presidente di giuria a Venezia. La sera, come anteprima fuori concorso si proiettava Il postino. Ero talmente scosso da essere incerto se vederlo o meno … Andai a vedere il film, per me la sua interpretazione più bella. Massimo era un grandissimo attore, ma la malattia estrema lo aveva reso incredibilmente equilibrato e vero … Non c’era quell’eccessivo parlare, fu perfetto, un’interpretazione meravigliosa".

Renato Scarpa, indimenticabile Robertino di Ricomincio da tre, sente di dover iniziare l'intervista con queste parole: "Parlare di Massimo per me è sempre una grande emozione, come credo lo sia per tutti. Massimo non era neanche un attore, era il fratello d’Italia, tant’è vero che non era ammirato, ma era amato… Quindi per me, che sono nella stagione dei ricordi e anche delle malinconie, diventa sempre commuovente parlare di lui".

I due Massimo che hanno lavorato con lui ne parlano ancora con ammirata commozione. Massimo Bonetti racconta: "Vi dico due cose: la prima è che mi tengo nel cuore -e guai a che me lo tocca- Le vie del Signore sono finite. Perché Massimo -e questo me lo ha sempre garantito- mi ha scelto al di là della nostra amicizia … [La seconda] un pizzico di rammarico… anzi, dico un pizzico ma un bel macigno, ce l’ho, perché Massimo una volta mi confessò: “Io ho un’idea per me e per te, un progetto importante, bello, una storia magnifica… Noi cinquantenni…”. Una storia su noi cinquantenni… e invece fini là, fini là…".

Massimo Wertmüller dice una cosa che forse molti hanno pensato ma in pochi hanno avuto il coraggio di esplicitare: "Sarebbe facile dire [che] Il postino [è il suo film che più mi è rimasto nel cuore]. Però a me piace pensare al Massimo che ha esordito con Ricomincio da tre, quello di Scusate il ritardo con “Tonì che ne saccio io da pecora o do’ lione, fa’ cinquanta juorni da orsacchiotto…”. Quel Massimo era il più sorprendente di tutti".

E poi Anna Pavignano, compagna di vita per un tratto e sempre sua amica e sceneggiatrice: "Lui era un poeta senza definirsi tale. Anche scherzando, anche facendo battute sia nella vita che nello spettacolo, aveva una sua poesia; vuol dire che aveva un’eleganza, aveva una capacità di sintesi, aveva un senso dell’armonia… Tutte cose che stanno dentro la poesia e non necessariamente sono una professione di poeta. Lui sicuramente era un poeta Massimo, era Massimo il poeta".

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