Nicola Lagioia racconta Luchino Visconti

Il cinema di Visconti tra estetismo, realismo e preveggenza. Un ricordo del grande regista milanese nel cinquantenario della sua scomparsa

Torna Luchino, tutto ti sarà perdonato. Così finiva un pezzo di Alberto Arbasino sul nuovo cinema italiano di qualche anno fa. Ed era proprio mosso dalla volontà di rivalutare da chi appunto aveva apprezzato poco i suoi film. E Arbasino aveva, posso dire, ragione, perché, come i grandi artisti, questo vale sia per le cose negative che per le cose positive per grandi artisti come Visconti è stato anche in qualche modo l’autobiografia della nazione sin dall’inizio, per esempio quando iniziarono i suoi primi film che possiamo si definiscono neorealisti, ma in realtà si portano dietro anche un pezzo di cultura precedente. C’è in lui un elemento estetizzante che viene dal Ventennio, ma viene ancora prima da d’Annunzio, ma viene ancora prima da qualche altra parte che lui porta nel nuovo cinema italiano, che è appunto il cinema del neorealismo. Quell’elemento estetizzante che poi, appunto, non diventerà mai un barocco fine a se stesso, diventerà, per citare un altro suo titolo, portare avanti ossessione, diventerà ossessivo“.

Inizia così questa intervista dei primi anni Duemila a Nicola Lagioia nella quale lo scrittore pugliese parla del grande regista Luchino Visconti di cui ricorre il 17 marzo 2026 il cinquantenario della scomparsa.

Più avanti Lagioia esalta la lucida chiaroveggenza di Luchino Visconti: “Visconti capisce tutto della società dello spettacolo a venire e sto parlando di Bellissima, ovviamente. Bellissima è il film che ci racconta l’Italia del 2016, del 2017, del 2018 … Visconti ha capito tutto che cos’è non l’illusione del cinema perché in quel caso il cinema è la cartina di tornasole da parte di tutti, ma di come un popolo appunto ex analfabeta ex proletario si prepara a diventare come siamo oggi, analfabeti di ritorno, e proletario di ritorno cioè proletario proprio nell’animo. Cioè come si lascia abbagliare da quella che poi noi chiameremmo l’Italia del boom, ma che continua anche dopo il boom. Cioè la società dello spettacolo sopravvive al boom. Oggi che viviamo in un periodo di crisi insomma quei meccanismi lì ecco si può dire addirittura, so che sono blasfemo, che in Bellissima di Visconti c’è già, però in chiave critica, Amici di Maria De Filippi“.

Più avanti prosegue con un parallelismo tra il cinema di Visconti e gli scrittori del primo Novecento che avevano in qualche modo previsto la crisi dell’Europa.

Non può mancare un riferimento al teatro: “Il teatro è molto presente nei nei film di Visconti cioè si vede che viene dal teatro si vede che c’era proprio l’ossessione per l’allestimento. E però non commette ovviamente l’errore che commettono i grandi registi teatrali prestati al cinema cioè non commette l’errore di compiere una semplice traslazione in un rapporto di 1 a 1 della scena teatrale sul cinema in modo tale che poi il cinema diventi soltanto teatro in movimento. No, fa sì che quell’atmosfera lì, quella bellezza lì, quella magnificenza lì teatrale, che però al massimo grado può vivere soltanto al teatro e non al cinema, venga rielaborata secondo codici squisitamente cinematografici“.

Sul finale dell’intervista Lagioia parla del confronto tra Visconti e Fellini, carattere molto difficile il primo, più alla mano il secondo e del rapporto che il regista milanese ebbe con i suoi attori, uomini e donne che fossero.

In conclusione parla dell’italianità intrinseca dei film di Visconti e cita un aneddoto di Martin Scorsese che sosteneva che tutti i grandi registi del nostro paese si portano dietro la cultura in cui si sono formati e basta vedere come in alcune inquadrature di Visconti, ma anche di Pasolini per fare un altro esempio, sembra di rivedere i quadri di Giotto, Cimabue e Raffaello.