Indro Montanelli e il mestiere di inviato

Il 22 luglio del 2001, 25 anni fa, ci lasciava una delle grandi firme del giornalismo italiano. In un'intervista dei primi anni Novanta racconta la sua vita da inviato speciale

Quando Indro Montanelli rilascia questa intervista, il muro di Berlino è stato abbattuto da meno di tre anni. Trattandosi sicuramente dell’avvenimento più importante della fine del secolo scorso, l’intervista parte da lì. Montanelli dice che gli sarebbe certamente piaciuto poter  descrivere da inviato la fine del blocco sovietico ma aggiunge: “Certo, mi dispiace di aver perso quello spettacolo, che in realtà poi come spettacolo era modesto, ma il suo significato quindi era uno di quei fatti per cui era superfluo stare sul posto. Si poteva benissimo commentare anche a distanza, perché è il significato simbolico, che cosa ha significato il crollo del muro di Berlino che mai io mi sarei immaginato così repentino e rovinoso. Sapevo che piano piano sarebbe stato demolito, ma non mi immaginavo che la cosa andasse in maniera così traumatica“.

Più avanti Montanelli parla del giornalismo e più specificatamente del lavoro di inviato speciale: “c’è la concorrenza della televisione che ha cambiato lo stile e i modi dell’inviato speciale. L’inviato speciale oggi deve tenere presente che il suo lettore ha già visto in immagini quello che lui si accinge a scrivere. E allora che cosa può fare? Più che dare una visione plastica, diciamo così, degli avvenimenti, che era la forza di noi inviati speciali, quando io cominciai, deve dare un’interpretazione di questi fatti che noi invece non davamo perché la nostra legge era di riprodurre la cronaca dei fatti senza il commento“.

Tra gli altri temi Montanelli affronta quello di come si lavorava ai tempi del fascismo, della sua esperienza al Corriere della Sera, condendola con aneddoti, come quello inerente la sprovvedutezza di Dino Buzzati, “al quale bisognava ogni giorno spiegare chi era Buzzati, perché lui non lo sapeva. Noi lo chiamavamo cretinetti“.

Parla poi de Il Giornale, che fondò nel 1974 dopo aver lasciato il Corriere che per i suoi gusti si era spostato troppo a sinistra: “Sono rimasto per dieci anni nel ghetto, perché era proibito di fare il mio il mio nome. Addirittura mi son trovato nel mirino dei killer. Ho pagato la mia indipendenza di giudizio, però i fatti mi hanno mi hanno dato talmente ragione che quasi me ne vergogno“.

Infine parla del futuro del giornalismo, di come le nuove tecnologie lo cambieranno. Davanti ai computer che si vanno affermando, fa presente con orgoglio che lui usa ancora la macchina da scrivere e infine ricorda di quando a San Vittore aveva conosciuto Mike Bongiorno.

Non andò così 20 anni dopo. Nel 1994 quando Silvio Berlusconi, diventato editore de Il giornale, entrò in politica e decise di schierare il quotidiano al suo fianco, Montanelli, già ottantacinquenne, lasciò la sua creatura e fondò La Voce, con voluto richiamo all’omonima rivista di Giuseppe Prezzolini, che però restò in edicola un solo anno. Per una crudele legge del contrappasso nel 1994 lo stesso Montanelli apparse ai suoi vecchi lettori come troppo di sinistra.

L’intervista a Montanelli e tutte le foto a corredo dell’articolo compaiono per la prima volta sul portale dell’Archivio