Rivolgimenti politici in Iran nel 1953

I cinegiornali dell'Archivio Luce insieme alle riprese di Folco Quilici e ai documentari di Mario Gianni raccontano l'Iran del secolo scorso

Il 1953 è un anno cruciale per la storia dell’Iran. Reza Pahlavi, che regnava sul paese dal 1941, è costretto a riparare all’estero dopo essere entrato in contrasto con il primo ministro Mossadeq. Questi, eletto nel 1951, come primo provvedimento del suo governo, nazionalizzò l’industria petrolifera, provocando un’immediata e durissima reazione dei britannici che spinse lo scià a sostituire il capo del governo con Ahmad Qavam. Pahlavi però non aveva fatto i conti con la popolarità di Mossadeq e alla fine dovette richiamarlo al potere. I contrasti tra i due aumentarono fino a che lo scià fu spinto a riparare all’estero.

Seguirono giorni convulsi al termine dei quali un colpo di stato guidato dal generale Fazlollah Zahedi, appoggiato da parte degli sciiti e da Stati Uniti e Regno Unito che non vedevano di buon occhio la possibilità che l’Iran potesse diventare una repubblica e soprattutto che temevano di perdere il controllo del petrolio.

Raggiunto nel suo esilio romano da un messaggio di Zahedi che lo invitava a tornare in patria, lo scià facendo scalo in Iraq per incontrare con il principe Abdul Illah fece ritorno a Teheran. Mossadeq venne arrestato.

Reza Pahlavi restò al potere altri 26 anni procedendo a una forte modernizzazione del paese in chiave occidentale accompagnata però da una violenta e sanguinosa repressione di ogni forma di dissenso interno. Nel 1979 una rivoluzione guidata dall’ayatollah Khomeini pose fine al suo regno. Salutati all’inizio come liberatori i nuovi governanti hanno finito per imporre nel corso degli anni un durissimo e sanguinario regime teocratico.